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La storia di Belladanza è, purtroppo, una storia simile a decine d’altre storie terribili che fanno ormai parte delle vicissitudini dei Paesi industrializzati. La discarica nasce perché l’industria e i privati, con l’aumento del benessere, producono rifiuti in misura sempre più impressionante e di velenosità sempre maggiore. Tutti buttano là dove nessuno guarda – in questo caso a Belladanza – e lo Stato rincorre l’emergenza, nel corso degli anni, cercando disperatamente ed inutilmente di riportare ragionevolezza e salute là dove l’egoismo di pochi ha creato un disastro ecologico. Finché, anni dopo, alcuni rappresentanti dell’amministrazione pubblica scoprono che dietro la gestione del disastro c’è da guadagnare grosse cifre…

La tragica eredità della superstrada
Il progetto dell’ENEA
Gli anni degli incidenti
Il mito della puzza
Il mistero dei camion nella notte
La truffa di Ponte Rio
L’incubo del raddoppio
L’orrore abita in Regione

La tragica eredità della superstrada

Nel 1978 il Comune di Città di Castello si trova a dover far fronte ai problemi di stabilità idrogeologica di una collina che negli anni precedenti è stata tagliata barbaramente alla base per farne un’improvvisata cava di sabbia – una cava usata soprattutto per la costruzione della superstrada che unisce Orte (e quindi Roma) a Cesena. Una strada che, per la prima volta, porta il mondo in quelle valli che da secoli sono rimaste tagliate fuori dallo sviluppo economico e culturale del resto della penisola. Sono gli anni in cui la coltivazione del tabacco fa compiere un salto di qualità all’economia dell’Alto Tevere e rende quei luoghi conosciuti (e facilmente raggiungibili) anche dal resto del Paese. Anche l’industria del tabacco attinge a piene mani dalla cava. Il resto dei cittadini, invece, i buchi li ricopre con i propri rifiuti, creando un vero e proprio mostro dormiente, sepolto sotto pochi centimetri d’argilla. Finita la superstrada, il buco nella montagna è rimasto lì, abbandonato. Ed è quindi stato usato per gettarvi indiscriminatamente rifiuti di ogni genere, senza alcun controllo. Il primo progetto di Città di Castello è semplicemente quello di prendere in affitto il terreno in cui tutti buttano i rifiuti e cominciare a cercare di mettere ordine nel caos. Inutilmente. Dieci anni dopo la bonifica è ancora sulla carta, la montagna di rifiuti cresce inarrestabile…

Il progetto dell’ENEA

Nel 1988 Città di Castello e la Regione Umbria decidono di cambiare strategia. Dopo una consultazione con le forze politiche, sociali e sindacali e l’impegno di alcuni degli studi tecnici umbri più avanzati, in coordinamento con i ricercatori e gli scienziati dell’ENEA, nasce la discarica di Belladanza come progetto pilota per un impianto allora all’avanguardia per la valorizzazione dei biogas e per lo stoccaggio sicuro dei rifiuti. Basandosi sulle medie di sviluppo della produzione di rifiuti del comprensorio dell’Alto Tevere l’ENEA ed i tecnici coinvolti nel progetto calcolano che la discarica sarà completa in un lasso di tempo compreso tra i 20 ed i 25 anni, dopodiché l’intera zona verrà chiusa e bonificata. La discarica selvaggia viene coperta alla meno peggio, nel progetto si prevede che sia bonificata e che sulla sua superficie vengano costruite alcune strutture di servizio per la nuova discarica. I cittadini della zona appoggiano il progetto, convinti come sono che porterà diversi benefici alla valle e che non sarà pericolosa come altre discariche…

Gli anni degli incidenti

Purtroppo la gestione della discarica finisce nelle mani dei politici e diventa un affare. Nel 1988 Città di Castello fonda la Sogepu SpA – una società che oscillerà tra pubblico e privato, fra esigenze di trasparenza (da parte della popolazione) ed inconfessabili segreti (dell’amministrazione locale) e che nell’arco di un decennio diventa una sorta di polipo a mille teste che gestisce non solo diverse discariche dell’Alto Tevere (tre soltanto nel territorio di Città di Castello) ma anche diverse piscine e teatri del comprensorio. A partire dal 1991 la discarica di Belladanza comincia ad avere incidenti sempre più gravi dovuti all’incuria ed alla mancata osservanza delle regole stabilite nel progetto originario. Dopo un primo incidente per il ritrovamento di resti tossici della discarica nel fiume Gracciata nel 1992 e nel 1993, negli anni successivi la Sogepu è costretta ripetutamente a coprire le conseguenze degli errori commessi nella gestione della discarica. L’effetto è che i pozzi tradizionali (che gli abitanti del comprensorio utilizzavano da secoli) vengono avvelenati e chiusi. I cittadini reagiscono sorprendentemente: smettono di far fare analisi ai loro pozzi e alla Gracciata per paura che le autorità sanitarie dichiarino “non potabile” l’acqua e ne vietino l’utilizzo anche per innaffiare i loro campi. Sicché oggi da Belladanza vengono venduti prodotti agricoli probabilmente contaminati. Tutta quest’acqua finisce nel Tevere e scorre verso Roma. I controlli dell’aria vengono svolti dalla Sogepu in gran segreto, i risultati delle analisi non possono essere rivelati a nessuno. Il perché rimane affidato all’immaginazione degli abitanti…


Il mito della puzza

La voce del Comitato Ambientale per Belladanza, che combatte per la salute e l’ambiente da quasi vent’anni, arriva fino a Roma. “L’Italia in diretta”, una trasmissione di RAI2, gira un servizio aggressivo sulla discarica. Il sindaco di allora, Adolfo Orsini, viene sbeffeggiato dai giornalisti RAI. Ennio Spazzoli, direttore della Sogepu, insulta i cittadini di Città di Castello: “ma come – dice in TV – da secoli avete capre e mucche in casa, che puzzano come la peste, ed ora fate gli schizzinosi per la discarica, che puzza di meno?” Un cittadino risponde prontamente: “Quella puzza io sapevo da cosa venisse e la tenevo sotto controllo, e voi?” Purtroppo il trucco retorico riesce. L’intera trasmissione RAI verte sul mito della puzza. Sul fatto che Belladanza stia avvelenando il Tevere non si dice nulla.


Il mistero dei camion nella notte

All’inizio del nuovo millennio la discarica di Belladanza deve far fronte ad un nuovo problema. L’immondizia prodotta dal comprensorio dell’Alto Tevere non è più sufficiente per garantire la redditività della discarica. Allo stesso tempo la maggior parte delle altre discariche dell’Umbria si avvia velocemente al completamento ed alla chiusura. La Sogepu fiuta l’affare ed inizia a smaltire quantità sempre più imponenti di rifiuti provenienti da altre zone d’Italia. I camion, dal meridione, arrivano principalmente durante la notte, nella speranza di non dare troppo nell’occhio. La direzione giura che non arrivano rifiuti tossici, ma i filmati della popolazione dicono altro: batterie d’auto, vernici, residui chimici, gomme d’auto… Oltretutto la quantità di rifiuti in arrivo è troppo grande per la struttura. I mezzi a disposizione non consentono più uno stoccaggio sicuro dell’immondizia che ora, praticamente non trattata, viene buttata in mucchi alti fino a 30 metri su cui i dipendenti, in una danza con la morte, disperatamente cercano di dar ordine con le ruspe…

La truffa di Ponte Rio

Nel 2005 la Sogepu riceve un duro colpo. Un diktat della Regione Umbria costringe dodici Comuni dell’Alto Tevere ad inviare i loro rifiuti alla Centrale di Ponte Rio, presso Perugia, per una cosiddetta preselezione. I Comuni pagano Ponte Rio 60 € a tonnellata, più le spese dei camion. Dopo il trattamento a Ponte Rio i rifiuti vanno a finire a Belladanza al prezzo di 21 € a tonnellata. Il che significa che l’Alto Tevere perde milioni ogni anno, invece di guadagnarne attraverso la Sogepu, come si era sperato. Sicché la Sogepu contravviene a tutti gli accordi sottoscritti in precedenza: l’energia del biogas viene venduta all’ENEL e non più data agli abitanti della zona. Gli ammortizzatori sociali vengono pressoché azzerati. La Discarica viene aperta anche a materiali speciali di provenienza segreta – il che ovviamente fa pensare agli orrori più innominabili…

L’incubo del raddoppio

Al ritmo in cui viene riempita attualmente, la discarica si avvia al completamento molto prima della data prevista. Ci sono diversi calcoli, i più “pessimistici” partono dal presupposto che già nel 2009 Belladanza potrebbe arrivare alla fine della zona prevista nel piano del 1988. A questo punto la Sogepu ha la seguente idea: raddoppiare il tonnellaggio della discarica tagliando in due la montagna, espropriando altri terreni sulle rive del fiume Gracciata e distruggendo 30 ettari di bosco. Per giunta la Sogepu esige un investimento strutturale di oltre 14 milioni di € per poter divenire indipendente da Ponte Rio. Propone di finanziare questa spesa con mezzi propri – ovvero con i soldi del Comune di Città di Castello, che con oltre il 60% delle quote controllate è l’azionista di maggioranza. La Sogepu ricatta gli abitanti e la giunta comunale: o ci date il raddoppio o licenziamo. La Regione Umbria ricatta a sua volta: o raddoppiate voi o la discarica ve la gestiamo noi da Perugia. Inizia la grande battaglia per Belladanza.

L’orrore abita in Regione

Lo aveva detto per primo Carlo Masciarri, presidente del Comitato Ambientale di Belladanza, che da anni combatte contro la discarica, e tra gli abitanti, compresi coloro che fanno parte del Nuovo Comitato per Belladanza, c’è voluto del tempo prima di capacitarsene: l’ampliamento della discarica di Belladanza, CHE NON È MAI STATO INSERITO IN ALCUN PIANO REGIONALE DEI RIFIUTI, di cui NON È MAI STATO FATTO UNO STUDIO SULL’IMPATTO AMBIENTALE e che È CONTRARIO A TUTTE LE LEGGI E GLI ACCORDI ESISTENTI viene dato per scontato dalle istituzioni umbre – specialmente dal presidente della Regione, Maria Rita Lorenzetti, e dall’assessore regionale all’Ambiente, Lamberto Bottini.